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Genti e paesi dei sentieri comuni

La Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia ha indetto nel 2017 un bando con l'intenzione di verificare come ha influito sulla minoranza slovena in Italia l'ingresso della Slovenia nell'area di Schengen e la conseguente abolizione dei controlli di confine. Il Circolo culturale sloveno Valentin Vodnik di Dolina ha presentato un progetto ambizioso con la partecipazione di numerosi partner.

A stimolare tale progetto ha influito il fatto che le comunità dei paesi di Dolina, Prebeneg, Mačkolje – Caresana, Osp, Kastelec e Socerb hanno iniziato sin dal 2007 ad organizzare ogni anno alla fine di dicembre un escursione sui sentieri e stradine tra queste località, che il confine ha tranciato e sono stati in seguito abbandonati. Anche agli organizzatori di tale evento è parso interessante verificare i cambiamenti avvenuti e consolidare l'iniziativa che comunque si è rivelata di buon gradimento dei partecipanti. All'invito di partecipare al progetto hanno aderito SKD Jože Rapotec di Prebeneg, SKD Slovenec di Boršt – S. Antonio, SKD Primorsko di Mačkolje – Caresana, SKD Fran Venturini di Domjo – Domio, Jahalno društvo – Circolo ippico Dolga Krona, Pihalni orkester – Orchestra a fiati Breg, Srenje – Comunelle di Prebeneg, Dolina e Boljunec – Bagnoli, Univerza na Primorskem – Università del Litorale, Comune di San Dorligo della Valle – Občina Dolina.

Il progetto aveva diverse finalità: una ricerca con delle interviste, affidata allo SLORI – Istituto Sloveno di Ricerca, per scoprire cosa è cambiato dal momento che non c’erano più i controlli al confine, ossia che cosa si aspettavano gli abitanti; tracciare cinque itinerari escursionistici, compito affidato alla Sezione geografica della Facoltà di studi umanistici dell’Università del Litorale; stampare una carta geografica escursionistica, alla quale allegare una pubblicazione con i dati più interessanti dei percorsi prescelti; promuovere la collaborazione tra le scuole elementari di Dekani, Gračišče e della scuola media di Dolina per una ricerca congiunta sui toponimi locali che vanno scomparendo in seguito all'abbandono di parecchie superfici coltivabili; produrre infine una pubblicazione illustrativa del territorio interessato dai percorsi per far conoscere ai visitatori temporanei, oltre la natura, pure le popolazioni, la storia e le tradizioni.

Il territorio iniziale: Osp, Kastelec, Socerb, Prebeneg, Mačkolje – Caresana e Dolina è stato in seguito allargato a Boljunec – Bagnoli,Beka e Ocizla e per i toponimi fino a Gračišče. Nel caso che le amministrazioni locali: Comune di San Dorligo della Valle - Občina Dolina, Občina Hrpelje, Občina Koper/Capodistria, Občina Sežana, aderissero alle indicazione degli intervistati, che hanno indicato proprio nella promozione turistica delle bellezze naturali una grande risorsa di sviluppo, sarebbe necessario allargare ulteriormente tale territorio.

Le bellezze naturali

Un territorio ristretto difficilmente riesce a produrre bellezze naturali così varie. In questo caso invece la landa carsica, boschi rigogliosi, rocce, grotte, doline, sorgenti e torrenti, nonché una biodiversità enorme sia botanica che della fauna, creano un paesaggio unico. Parte di questa ricchezza l’ha creata involontariamente il confine che ha impedito alle popolazioni di frequentare le zone a ridosso del confine, contribuendo alla conservazione inalterata di vaste zone.

Le particolarità di queste bellezze naturali sono conseguenza di una evoluzione geologica, che spazia di qualche milione di anni indietro. Il terreno infatti è stato modellato quando la placca africana si scontrò con quella europea, dando l’impulso di emergere alle rocce più antiche come il calcare a sormontare spesso le rocce più giovani come l’arenaria ed il flisch. Il resto lo ha fatto la sedimentazione, il dilavamento e la superficie del mare che si alternarono. Troviamo così sorprendente sull’altipiano carsico ampie zone di arenaria come da Gročana a Beka, pure ad Ocizla, Socerb e Kastelec, che si ripresentano su pendii del ciglione carsico, sia del Breg, che della Bržanija, per poi snodarsi in superficie con le colline di Dolinsko Brdo – Montedoro, Koromačnik – S. Rocco e Čelo – Monte Usello fino alla baia di Zaule.

Questa alternanza diventa una ricchezza, visto che il calcare lascia trapassare l’acqua, mentre l’arenaria ed il flisch sono impermeabili, creando così le condizioni affinché sull’arenaria affiorino le sorgenti ed i corsi d’acqua, che il calcare lascia passare, dando così la possibilità di una vegetazione rigogliosa e la possibilità di sopravvivenza degli abitanti.

L’acqua è in questa zona molto presente, dall’unico corso in superficie su terreno calcareo come è il Rosandra, alla potenza torrenziale del Rio Osp – Ospo, grotte ed inghiottitoi di Ocizla, nonché la varietà delle sorgenti di Dolina e Boljunec – Bagnoli. Questa è la parte visibile, mentre l’altra si nasconde nei meandri del terreno, creando grotte ricche di stalattiti e stalagmiti o di percorsi d’acqua ormai abbandonati. Nonostante che solo nella Val Rosandra ci siano più di cento grotte, alle quali dobbiamo aggiungere altrettante sull’altipiano carsico, neppure una è attrezzata per visite turistiche. Ciò rappresenta indubbiamente una mancanza nell’offerta del territorio. Accessibile, per la verità, è la grotta santa di S. Servolo, ma si tratta di una chiesa sotterranea e solo parzialmente una testimonianza del carsismo.

400 anni fa lo storico Ireneo della Croce scriveva che sul Monte Carso non cresce neppure l’erba. La popolazione pascolava sui versanti e sull’altopiano numerose greggi di pecore e di capre, il resto del legname veniva usato per cucinare, così che rimasero solo pietre. Gli abitanti denominarono la zona Griža – Grisa, che vuol dire ammassi di pietre. Oggi il Monte Carso si presenta con pinete rigogliose (merito del rimboschimento sistematico iniziato dal 1880 in poi) ed altre specie arboree che stanno ormai sostituendo il pino nero ed il pino d’Aleppo che hanno concluso il proprio ciclo. Sopra l’abitato di Dolina c’è un’ampia pineta di pino d’Aleppo che qui ha trovato un habitat ideale, mentre sul Carso la sua ampia chioma non resisteva ai refoli di bora. Esiste una grande abbondanza di querceti, mentre la landa carsica va scomparendo con l’avanzamento del bosco.

In queste zone la presenza di specie botaniche endemiche e di altre specie sia mediterranee che continentali crea un unicum di biodiversità incantevole. Anche la fauna è numerosa con lepri, fagiani, caprioli, cinghiali, volpi, faine, tassi e sciacalli dorati. Sporadicamente si avventurano pure cervi, lupi e l’orso. Anche l’aquila si presenta sporadicamente, come pure il falco pellegrino e sulle pareti della Valle nidifica il gufo reale.

La Regione ha censito e dichiarato la protezione totale su alcune piante secolari, denominate monumentali, tra cui i cerri della Sella sopra Botazzo ed il tiglio secolare presso la chiesa di Kroglje – Crogole.

Storia

Le sopraindicate caratteristiche morfologiche hanno contribuito affinché la zona fosse abitata già dall’età della pietra in poi. Su tutte le alture si trovavano dei castellieri risalenti all'età del bronzo. Oggi si può ammirare il resto della cinta muraria del più grande castelliere che si trovava sul Monte Carso, altrove sono scomparsi sotto gli arbusti. Eppure gli storici hanno effettuato numerosi scavi già alla fine del Novecento, nel castelliere di S. Servolo hanno trovato numerosi reperti che ora si trovano nei Musei triestini. Anche nelle grotte e antri della Val Rosandra sono stati trovati numerosi reperti risalenti al periodo citato ed al periodo romano.

Il visitatore occasionale è ovviamente interessato ai resti visivi dei periodi passati. La storia burrascosa di queste zone è raccontata nei numerosi libri, che si possono facilmente reperire nelle biblioteche e negli archivi. Per questo dedichiamo maggiore attenzione ai resti visivi.

Il periodo romano ha lasciato nel territorio i resti dell’acquedotto che dalle sorgenti della Val Rosandra – Klinšca, Bagnoli – Boljunec e di Dolina convogliava l’acqua fino a Trieste. I resti sono visibili all’ingresso della Riserva Naturale a Gornji Konec presso Boljunec – Bagnoli e nell’atrio del nuovo Blue Residence sulla piazza di Bagnoli – Boljunec, mentre la ceramica, le monete, le armi ed altro provenienti dalle ville romane, tombe e grotte sono conservati nei musei triestini.

Il Medioevo fino all’anno mille non ha lasciato resti significativi, mentre numerosi sono quelli che risalgono alla seconda metà del Medioevo. Infatti in quel periodo esistevano già tutti gli odierni villaggi, venivano costruite le prime chiese, funzionavano i mulini ed esistevano i castelli. La chiesa di Dolina, dedicata a S. Ulderico era nel 1300 sede di una delle 32 parrocchie che esistevano allora in tutta la Slovenia e Carinzia. Purtroppo le chiese antiche sono state distrutte tutte durante i conflitti tra la Serenissima Repubblica di Venezia, Trieste e l’Impero austriaco. Le più cruente devastazioni si ebbero durante la guerra denominata “deli Uscocchi o di Gradisca”, che toccò questo territorio nel 1615. Infatti tutte le chiese odierne risalgono alla seconda metà del Seicento, tranne la chiesetta dedicata a S. Maria in Siaris in Val Rosandra che viene indicata la prima volta nel 1267 ed è stata presumibilmente eretta dalla Confraternita dei Battuti.

Sulle alture vennero costruiti diversi castelli, che avevano una funzione militare, ma sono stati eretti principalmente come mude, per tassare le merci che dall’interno erano dirette verso il mare e viceversa. Ciò portava rendite molto elevate, visto che le strade erano trafficate. Nei vari periodi dal Duecento in poi qui si intrecciavano gli interessi del vescovo di Trieste – feudatario della zona, della Municipalità di Trieste, dei conti di Gorizia, dei conti di Duino, della Repubblica di Venezia e degli Asburgo. Il più noto castello era quello di Moccò, costruito su un’altura sopra Zabrežec. Per almeno tre secoli era un’ importante sede amministrativa, doganale e militare, fino a quando lo fece demolire nel 1511 il vescovo Bonomo di Trieste affinché non tornasse nelle mani veneziane. Oggi sono rimasti solo alcuni muri di cinta. Scomparve invece completamente il castello di Vinchimberch vicino a Beka, costruito dai ministeriali dei conti di Gorizia. Solo alcune pietre testimoniano l’esistenza del Tabor di Draga, che fungeva da rifugio durante le incursioni turche. La stessa funzione aveva la fortezza costruita nella grotta di Osp – Ospo, testimoniata da parte della muraglia. L’unico a sopravvivere è stato il castello di S. Servolo, anche se totalmente diverso da quello disegnato da Valvasor nel suo famoso libro. Il castello fu infatti distrutto da un fulmine nel 1780 e parzialmente ricostruito negli anni 1924-25. Con il suo ristorante, ma ancora di più con il suo panorama incredibile è meta di numerosi visitatori.

Dei numerosi mulini che più di mille anni operavano sul Rosandra e vari torrenti non vi è più traccia. Alcuni attrezzi e macine sono conservati da alcuni appassionati e dalla Srenja (comunella) di Boljunec. Si sono conservate invece numerose fotografie. In ogni villaggio operavano una o più frantoi per macinare le olive. Probabilmente gli ulivi sono stati introdotti dai romani, se non già prima dai fenici. Comunque dagli scritti degli storici romani veniamo a sapere che l’olio prodotto in Istria era il secondo migliore dell’intero impero. I resti, ben conservati degli storici frantoi si possono ammirare a Caresana – Mačkolje e specialmente a Dolina, dove il frantoio è stato trasformato in una sede museale-espositiva ed in un oil bar.

Il territorio vanta pure alcune esposizioni museali, tutte visitabili previo accordo, e precisamente: la raccolta etnografica parrocchiale di Ricmanje – S. Giuseppe con i paramenti regalati dall’imperatrice Maria Teresa, l’archivio storico della parrocchia di Dolina con documenti risalenti al Cinquecento ed il museo familiare dell’Istituto Josip Pangerc di Dolina.

La prima guerra mondiale non ha lasciato segni tangibili sul territorio tranne alcune trincee mai usate. Diverso fu durante la seconda guerra mondiale. Durante il ventennio fascista la popolazione subì ogni sorta di angherie, persecuzioni e pressioni. Naturale fu perciò la massiccia adesione alla lotta partigiana. Nelle varie battaglie caddero 300 combattenti del Comune di Dolina. La repressione fu durissima: interi villaggi furono incendiati, moltissimi internati nei campi di concentramento, dai quali ben pochi tornarono a casa. In tutti i villaggi troviamo i monumenti ai caduti, un maestoso monumento per tutti i caduti del Comune si trova presso il Parco sportivo di Dolina.

Ricostruzione del probabile aspetto del Castello di Moccò
Parco memoriale comunale ai Caduti per la libertà