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I paesi che hanno collaborato al progetto

Dolina

Questo villaggio, senz’altro il più conosciuto nella vallata del Breg, fu fondato probabilmente nell’ottavo o nel nono secolo sulle pendici del Monte Carso in una località chiamata Moganjevec. Qui si trovano i resti delle antiche case, ma in nessuno scritto appare questa località. Gli abitanti si sono trasferiti più a valle, che offriva loro sorgenti perenni. Da qui il nome – Dolina. La prima segnalazione risale al 1247, quando Dolina era già sede di una parrocchia di notevoli dimensioni. Durante l’occupazione francese furono creati i comuni amministrativi, e Dolina diventa la sede del Comune principale – Hauptgemeinde, confermata nel 1814 anche dall’amministrazione austriaca. Nel 1809 fu aperta la prima scuola popolare a Dolina.

Nell’archivio storico della parrocchia di Dolina i documenti conservati risalgono al 1550. Al centro del villaggio si trova una fontana particolare, denominata “Kaluža”, sistemata dalla locale “Srenja” – comunella nel 1834 e scelta come simbolo pure dell’odierna “Srenja”. Nella piazza principale si svolge nella prima decade di maggio la tradizionale “Majenca”. Organizzata dalla “Fantovska e Dekliška” – organizzazione dei giovani del paese, conserva l’antico rito propiziatorio primaverile di fecondità, iniziato probabilmente nell’epoca pagana. E’ una delle feste etnografiche più importanti nella provincia triestina. Troneggiano sopra la piazza due monumenti: uno dedicato al raduno del partito politico Edinost del 1878 ed uno dedicato ai numerosi caduti nella guerra di liberazione.

Numerose le organizzazioni attive a Dolina: Il Circolo culturale sloveno Valentin Vodnik è uno dei più antichi esistenti in tutta la Slovenia, fondato nel 1878. Ha la sede sopra la trattoria sociale, con un ampia sala dove si svolgono le prove del coro maschile. Il Circolo svolge un’ intensa attività con mostre, concerti, rappresentazioni teatrali ed altre iniziative culturali. La trattoria sociale fa parte della Cooperativa Dolga Krona Dolina, che ha la propria sede sulla collina Dolinsko Brdo – Montedoro, ove hanno allestito nella ex stalla sociale un Centro polivalente per la promozione e la vendita dei prodotti tipici locali, olio e vino in primis.

La già citata Srenja Dolina ha la propria sede nello stabile vicino alla fontana, con un frantoio antico trasformato in museo nel piano interrato. Nella parrocchia svolge la propria attività il circolo giovanile – Mladinski krožek, con iniziative rivolte ai bambini – specialmente l’insegnamento della chitarra. Nella piazza principale ha la sede l’Istituto Josip Pangerc, che ha trasformato parte dello stabile in un museo familiare particolare con molti cimeli. A fianco della piazza si trova la chiesa dedicata a S. Ulderico, ricca di diversi altari e marmi pregiati. I dati della prima chiesa risalgono all’anno mille, oggi rispecchia rigorosamente la ristrutturazione effettuata nel diciassettesimo secolo. Sopra il villaggio si trova la chiesa dedicata a san Martino, ed era la chiesa del rione Brce – nel medioevo villaggio autonomo.

Dolina ha una scuola elementare intitolata allo scrittore Prežihov Voranc ed una scuola media inferiore con il nome del poeta Simon Gregorčič. Nella parte inferiore dell’abitato si trova il centro sportivo Silvano Klabjan, gestito dalla società sportiva dilettantistica Breg, con sezioni di calcio, pallacanestro e pallavolo.

Non lontano si trova la sede del Comune amministrativo San Dorligo della Valle – Občina Dolina con tutti i servizi necessari alla popolazione di circa 6000 abitanti, di cui 1000 residenti a Dolina.

Boljunec – Bagnoli d. Rosandra

Il primo documento scritto ove compare questa località adagiata sul pendio del monte san Michele risale al 1276, quando in un atto di compravendita di un molino sul Rosandra viene indicato che esso si trovava “sub Bagnolo”. Quando fu fondato il villaggio non è noto, ma la zona è stata abitata già nell’era del bronzo, visto che sulle alture di Monte Carso e Monte S. Michele si ergevano grandi castellieri.

Qui sono stati trovati numerosi reperti dell’epoca romana. L’acquedotto, costruito nel primo secolo dopo Cristo, convogliava dalle sorgenti del Rosandra, della Jama e di Dolina l’acqua fino a Trieste ed è ancora visibile all’ingresso della Riserva Naturale della Val Rosandra, ed ora anche nell’atrio del nuovo residence in piazza di Bagnoli – Boljunec. La presenza delle legioni romane è documentata dall’ampio campo militare protetto sul colle di Koromačnik – S. Rocco. Sembra infatti che la famosa battaglia del 178 a.C., quando gli Istri sconfissero i romani, si era svolta nella piana di Zaule. La grande alluvione del 1963 ha portato dalla grotta – sorgente Jama un gran numero di monete romane. Anche dai vari scavi nel villaggio venivano a gala reperti romani.

L’abbondanza dell’acqua ha favorito l’insediamento umano, che con la costruzione di decine di mulini trovava una fonte di reddito certa. Purtroppo non è rimasto alcuno di queste vere opere d’arte artigiana, spazzate via dall’elettricità che ha sostituito la forza dell’acqua. Dopo la prima segnalazione sono numerose le citazioni di Bagnolo o Boljunec nei secoli successivi.

La chiesa, anche se porta la data del 1648, dedicata a S. Giovanni Battista, risale ad un periodo precedente, visto che una lapide nella porta laterale cita la data di costruzione del campanile molto prima. Nella chiesa si possono ammirare due rilievi scolpiti nell’altare centrale. Nel circondario esistevano altre tre chiese, ora è rimasta solo quella in Val Rosandra dedicata alla S. Maria in Siaris, costruita nel Medioevo.

VNella parte superiore del villaggio, denominato Gornji Konec, inizia il famoso canyon che il fiume Rosandra – Glinščica ha scavato nel calcare nei millenni. La zona è stata dichiarata Riserva Naturale della Val Rosandra in Italia, mentre sul versante sloveno la zona è protetta dal Krajinski park Glinščica e dove sono le risorgive di questo corso d’acqua. La valle merita una visita, visto che lungo il percorso l’acqua ha creato numerose pozze suggestive, dalla famosa cascata presso Bottazzo – Botač fino al villaggio sottostante. I ripidi pendii rocciosi sono un paradiso per gli alpinisti che si possono cimentare in centinaia di vie impegnative.

Sulla collina di S. Michele sopra Bagnoli si trovano i resti di un castelliere e numerose trincee e caverne della prima guerra mondiale, mentre che sul pendio del Monte Carso lo sfruttamento di una cava di calcare ha creato un gigantesco cuore.

VLa grande piazza del paese, chiamata “gorica”, ospita gli eventi tradizionali, come l’erezione dell’albero “maj”, la battaglia con le mele in onore di S. Stefano, ma è anche sede di numerosi esercizi commerciali ed esercizi pubblici, così da poter soddisfare tutte le esigenze di un turista. Dalla piazza si attraversa il ponte sul Rosandra verso la parte del villaggio denominato “Jama”, dove si trova a sinistra l’antico frantoio, che conserva nel cortiletto numerose macine ed anche i resti di una vecchia pressa dell’olio.

In basso, verso le pendici del monte si trova un grande abbeveratoio e lavatoio in uso prima delle odierne lavatrici, che è alimentato da una capiente sorgente. L’altra sorgente, proveniente da una piccola grotta, alimenta nel grande lavatoio un allevamento di pregiati salmoni. Dall’altra parte del fiume Rosandra si trova il teatro France Prešeren ed il Centro visite della Riserva Naturale.

Vicino alla chiesa si trova il monumento ai caduti della lotta di liberazione, mentre in piazza una stele ricorda i caduti nella prima guerra mondiale. Nel villaggio si trovano pure un asilo infantile e la scuola elementare sia in lingua slovena che italiana. L’offerta culturale viene svolta dal Circolo culturale France Prešeren con il coro Pod Latnikom, e dal Circolo giovanile Mladinski krožek, mentre la sede della attivissima comunella – Srenja Boljunec si trova nella ristrutturata scuola popolare antica.

Boršt – S. Antonio in Bosco / Zabrežec – Moccò

Boršt e Zabrežec sono ormai un’unità congiunta, anche se originariamente erano due paesi separati. Il nome di Boršt proviene dal tedesco Forst, che significa bosco, boschetto e descriveva una zona coperta da un bosco rigoglioso. Il nome del secondo – Zabrežec – deriva dallo sloveno e significa che si appoggia ad un pendio marcato. Infatti Zabrežec si trova alle pendici di una piccola collina, ove esisteva fino al 1846 una chiesa con il cimitero, consacrata nel lontano 1636. Senz’altro Zabrežec è più antico del vicino Boršt, visto che la nuova chiesa fu qui costruita nel 1845. Fanno parte di questo complesso unito pure le case di Hrvati, sopra la linea ferroviaria che collegava Trieste con Hrpelje – Erpelle. Tutti gli abitanti di questo rione portavano il cognome Hrvat, che significa Croato, o proveniente dalla Croazia. Sotto la linea ferroviaria alcune case sono chiamate Sojk, pure derivante dallo sloveno che definiva così una zona ombrosa.

Gli abitanti erano in gran parte agricoltori, ma anche artigiani, le donne vendevano a Trieste il pane cotto nei forni di casa ed il latte. Il villaggio aveva ben tre frantoi per le olive, che qui davano sempre un ottimo olio. L’allevamento di bestiame si è estinto subito dopo la guerra, mentre la viticultura e gli uliveti danno ancora molte soddisfazioni.

Nella cronaca scolastica 1883-1909 è citato il parroco locale Simon Marc, che insegnava a scrivere sia ai bambini che agli adulti già nel 1827. I parroci continuavano la propria attività scolastica fino al 1854, quando fu istituita una scuola pubblica con lingua d’insegnamento slovena, che ebbe il primo maestro professionale nel 1883/1884, quando frequentavano la scuola ben 105 alunni da 6 a 14 anni di età. Nel 1923 l’insegnamento in lingua slovena fu vietato dalle autorità fasciste, per poi riprendere nel dopoguerra. Nella scuola elementare di Boršt ora sono attive due classi della scuola elementare Fran Venturini, frequentate da bambini provenienti da Jezero, Pesek, Gročana, Boršt, Zabrežec e Boljunec.

L’evoluzione economica di questo villaggio ebbe un impulso notevole con la costruzione della linea ferroviaria Trieste – Hrpelje nel 1887 con l’obiettivo di migliorare il collegamento di Trieste con l’Istria ed accorciare le linee verso la Carniola. A Boršt fu costruita una stazione ferroviaria che consentiva con i suoi tre binari paralleli sia il traffico merci che quello passeggeri. La nuova linea fu costruita in tempi brevissimi – 22 mesi, risolvendo brillantemente difficoltà notevoli con i suoi 488 m di dislivello, gallerie, viadotti e ponti. Dopo la prima guerra mondiale la sua importanza fu diminuita, per dismetterla nel 1960, visto che la seconda guerra mondiale ha modificato i confini. Dopo anni di abbandono fu realizzato sul sedime dell’ex ferrovia un percorso ciclo-pedonale che fu inaugurato nel 2010. Oggi è frequentatissimo, con il suo percorso nella sempre suggestiva cornice della Val Rosandra.

Dal 1900 è attivo nel villaggio il Circolo culturale Slovenec, che con le sue sezioni corali e teatrali contribuisce all’offerta culturale locale, specialmente in occasione della festa del patrono S. Antonio il 17 gennaio di ogni anno, mentre ai primi di giugno è la volta della festa del vino nel parco della Hribenca, sotto Zabrežec, dove viene eretto anche l’albero di maggio – maj.

Mačkolje – Caresana

Il villaggio di Mačkolje è situato sulla dorsale che dal Monte Carso finisce nel golfo di Zaule. Il villaggio ha una storia molto particolare, visto che si trovava per secoli in una zona di confine tra la Serenissima Repubblica di Venezia e l’Impero Austriaco. Questa situazione particolare – il confine tagliava in due il villaggio - si rispecchia anche nel nome. Negli antichi testi viene riportato il nome di Mačkolje già nel 1331, mentre che la denominazione Caresana compare nel 1334. Non è chiara l’origine della denominazione “Caresana”, mentre per quella di Mačkolje esistono diverse ipotesi. La tradizione locale attribuisce il nome alla figura del leone che si trova nello stemma veneziano. Il leone è un felino come il gatto che in sloveno viene chiamato “mačka”, da qui il nome di Mačkolje. Non sembra verosimile, visto che Venezia occupò Muggia nel 15. secolo, mentre il nome è più antico. All’inizio del villaggio esiste un altro cippo confinario tra i tre Comuni catastali: Mačkolje, Dolina e Prebeneg, eretto nel 1819, quando fu ultimato il Catasto franceschino. L'architettura del villaggio è tipicamente istriana, con case costruite in arenaria, viuzze strette, che separano le case costruite in lunghe file.

In mezzo al villaggio si trova la chiesa dedicata a S. Bartolomeo, costruita nel 1652, con un caratteristico altare ligneo dorato. Il campanile assomiglia al campanile della chiesa di S. Marco a Venezia, come per ribadire la secolare appartenenza del villaggio alla Serenissima. Accanto la “srenjska hiša”, casa costruita dalla comunella, che ha al pianoterra un ben conservato frantoio olivicolo a dimostrare la tradizione millenaria dell'olivicoltura che insieme alla viticultura caratterizza la produzione agricola. Numerosi vigneti e olivi centenari che circondano il villaggio testimoniano tali attività. Le attività culturali sono svolte da due circoli: Primorsko, fondato nel 1898 e Prosvetno društvo Mačkolje, fondato nel 1952. L’attività principale di entrambi i circoli è la musica corale, svolta da ben tre cori, fu sospesa solo durante le guerre mondiali.

Mačkolje fu bersaglio di vari attacchi cruenti nel periodo fascista e durante la seconda guerra mondiale. Infatti fu bruciata ben due volte: il 16 maggio 1921 dalle squadre fasciste e 2 ottobre 1943 dalle truppe naziste che il giorno seguente intercettarono nelle vicinanze di Zazid (Istria slovena) un gruppo di 10 giovani di Mačkolje, che volevano raggiungere le unità partigiane. Furono tutti fucilati. In memoria di tutti i caduti nella guerra di liberazione fu eretto un monumento all’entrata del villaggio nel 1974, mentre una lapide posta sulla “srenjska hiša” nel 1998 ricorda l’incendio del 1943.

Gli abitanti amano riunirsi e curare le proprie tradizioni, come la cura per il proprio dialetto, i costumi tradizionali e l’organizzazione della festa delle ciliegie nel mese di maggio e la sagra paesana alla fine di luglio.

Prebeneg

Sul pendio sotto l’altipiano di S. Servolo, a 235 m sul livello del mare è raggruppato il villaggio di Prebeneg, a ridosso del confine tra Italia e Slovenia. Gode di un panorama incantevole che spazia dalla Valle di Osp, le colline dell’Istria slovena, al golfo di Trieste con i castelli di Miramare e Duino sullo sfondo. Le case sono costruite in arenaria e parecchie mantengono le caratteristiche architettoniche istriane.

Prebeneg diede un contributo notevole alla Lotta di liberazione, alla quale partecipavano ben 22 uomini, alla fine furono 16 i caduti o fucilati. Tra questi un destino crudele colpì cinque ragazze che facevano il servizio di staffette con le brigate partigiane. Furono fucilate in agosto 1944 a Opicina. Il villaggio fu bruciato tre volte, ma non furono mai scoperte importanti strutture, quali l’ospedale partigiano, la scuola, la polveriera e la sede del comando della città di Capodistria.

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La chiesa dedicata a S. Antonio è del 1611, la precedente, dedicata a S. Giacomo era invece sopra il villaggio, come testimonia il toponimo locale.

Anche Prebeneg ha un proprio circolo culturale – Jože Rapotec, fondato nel 1947. Dal 1979 svolge una vivace attività culturale con l’erezione dell’albero di maggio, la sagra paesana di agosto, varie manifestazioni locali e l’organizzazione delle escursioni “Te skupne stezice”. Le strade interpoderali e la cura dei boschi è svolta dalla Srenja Prebeneg.

Gabrovica

Il piccolo villaggio di Gabrovica ha una storia travagliata. Nel 1615 durante il conflitto tra gli Asburgo e la Serenissima Repubblica di Venezia, detto anche la Guerra degli Uscocchi, fu bruciata e depredata dalle truppe austriache. Gli abitanti ricostruirono le loro case, ed il villaggio era noto per la fiera che ogni anno il 6 dicembre, per San Nicolò, attraeva venditori ed acquirenti da Pisino fino alla pianura friulana, con merci di tutti i generi. Il villaggio aveva abbondanza d’acqua e le donne lavavano i panni per le famiglie triestine nei lavatoi che sono tuttora conservati. Durante la seconda guerra mondiale il villaggio, che contava circa 300 abitanti, fu un importante centro di resistenza partigiana. Vi era un magazzino di sanitari ed una tipografia clandestina, che non fu mai scoperta nonostante i numerosi raid nazifascisti. Qui si trovava pure un centro di smistamento della posta partigiana tra l’Istria, Trieste e l’altipiano dei Brkini. Nel maggio 1944 le truppe tedesche incendiarono il villaggio non risparmiando neppure una casa. Gli abitanti costituirono una cooperativa e nel dopoguerra ricostruirono le loro case più a valle. Le dispute per il confine tra Italia e Jugoslavia ostruirono per un biennio le strade sia per Trieste, che per Capodistria, costringendo molti ad emigrare. A Gabrovica di Črni kal, come è denominata attualmente è visitabile la chiesa dedicata a S. Nicolò, un particolare pozzo ed un monumento ai caduti simbolicamente eretto come tre barche, come sono tre i popoli che qui si incontrano.

Nelle rocce sovrastanti nidifica il Bubu bubu – la civetta gigante, come pure il falco pellegrino.

Osp

Questo caratteristico villaggio è incastrato alla base di una gigantesca parete creata dal crollo di un volto di una grotta carsica migliaia di anni fa. Da questo fatto deriva il nome. In sloveno un movimento franoso viene chiamato “osip”, da questo ad Osp il percorso è breve. La parete rocciosa inclinata è un vero paradiso per gli alpinisti di tutta Europa, che qui possono cimentarsi in percorsi ardui e difficili. Alla base della parete si trova il resto della grande grotta che viene chiamata “Osapska jama” o Grad. In fondo c’è un laghetto, alimentato da una sorgente, che si trasforma in un torrente impetuoso dopo ogni grande pioggia. Qui sono stati trovati i resti di un insediamento romano, mentre sono ancora ben visibili i resti di una cinta muraria medievale, ove si ritiravano gli abitanti durante le incursioni nemiche. Osp è stato bruciato una volta dai Turchi, poi dagli Uscocchi, ma rinasceva sempre con il tenace lavoro dei residenti. Nel centro del villaggio troviamo un monumento ai caduti nella lotta di liberazione a testimoniare la dura repressione fascista. La chiesa, dedicata a S. Tommaso, è affiancata da un notevole campanile. La sede odierna dei vigili del fuoco volontari era nel 1819 sede di una scuola elementare, la prima in Istria con lingua d’insegnamento slovena. Dopo la seconda guerra mondiale la disputa per il confine ha svuotato parecchie case, gli abitanti erano costretti ad emigrare per l’impossibilità di poter andare a lavorare a Trieste o Capodistria. Nel 1954 il villaggio fu assegnato alla Jugoslavia e la vita riprese normale.

Non lontano si trova un'altra parete rocciosa, creata da una frana ma pure da una cava di marmo. Anche qui regnano gli alpinisti, che approfittano dell’offerta di vino e olio dei produttori locali e dalla possibilità di alloggiare in un campeggio o in alcune case costruite in pietra calcarea, che abbellisce anche numerosi portali d’ingresso nei cortili tipici.

Kastelec

Il nome deriva o dal latino “castrum” o dall’italiano “castelliere”. Nelle vicinanze dell’odierno villaggio si trovano i resti di ben due castellieri preistorici. L’abitato si trova in una conca ben protetta dalla bora a 326m sul l.m., con un pozzo ben conservato e parecchi pozzi con acqua di sorgente nei cortili delle case. La chiesa è dedicata alla S. Croce. In una bella casa di pietra è aperto un agriturismo. Ad un centinaio di metri sopra Kastelec si trova una collinetta nominata “varda”, dall’italiano “guarda” e che offre un panorama sulle vicine colline arenarie dell’Istria.

Socerb

Il nome è dovuto a S. Servolo, martire triestino che viveva come eremita nella grotta non lontana. Il villaggio non ha molte case, ma è in una località spettacolare, con un panorama unico. La chiesa è dedicata a S. Servolo ed è stata ricostruita nell’ultimo decennio. A fianco della chiesa, l’azienda agricola Korošec offre numerosi prodotti tipici. Il luogo non aveva molta acqua di sorgente ed hanno così costruito due pozze artificiali per abbeverare gli animali.

Su una ripida roccia è stato costruito il castello, che ha preso il nome del villaggio, ma in sloveno veniva anche chiamato Strmec. In precedenza nello stesso sito si trovava prima un castelliere preistorico e poi un villaggio dell’epoca romana. La fortezza ebbe una storia travagliata, dapprima come una torre difensiva, poi come una muda per controllare i traffici da e verso il mare, per essere poi trasformato in una castello ampio, come ben rappresentato da un disegno di Valvazor. Dal 1521 era sede della Signoria di San Servolo, che aveva diritti feudali su un ampia zona – dai confini della città municipale di Trieste fino alla Ciciaria. Nel 1615, durante la guerra degli uscocchi resistette ad un attacco delle truppe veneziane. Nel 1780, colpito da un fulmine, fu completamente distrutto e la sede della Signoria fu trasferita a Moccò e denominata Fünfenberg.

I ruderi del castello furono parzialmente ricostruiti nella forma attuale negli anni 1924/1925. Dopo la seconda guerra mondiale fu dapprima sede di un tribunale, ora è un rinomato ristorante. Dalle mura si gode di un panorama esclusivo sul golfo di Trieste. Nelle vicinanze la grotta sacra con un altare in pietra, nel passato meta di pellegrinaggi il 24 maggio – S. Servolo.

Castello di Socerb – S. Servolo